La sera del ventuno di dicembre

La sera del ventuno di dicembre
del milleottocentosettantotto,
ogni singolo membro della ciurma
del veliero Senhora de Belém
scelse di non vedere un nuovo sole.
Il capitano inglese, Mr. Perry
di anni quarantuno, si sparò
un colpo di pistola in mezzo agli occhi,
celando il tuono e il lampo in un cuscino.
Pare che non potesse sopportare
di non avere l’amore di Faye.
Il suo secondo, Mr. Oppenheimer,
invece aveva il problema contrario:
troppe Faye che l’amavano, e di queste
almeno tre gli avevano donato
eredi a cui lui, anche volendo
non aveva un bel niente da lasciare.
Dato che a São Miguel erano in due
ad aspettarlo, non gli resse il cuore,
si bevve una boccetta di sonnifero
e sognò finalmente di tornare
a Lübeck, da sua madre. Giù in cambusa,
Da Silva, il cuoco, aveva tra le mani
il cadavere del gatto di bordo,
suo unico compagno e silenzioso,
fino dal giorno in cui, rimasto vedovo
aveva scelto di prendere il mare.
Il gatto era spirato alla mattina
spezzato dall’età e dalla stanchezza,
e il cuoco, sprofondato d’improvviso
nel dolore, prese la fune grezza
che fissava una cassa ad altre casse,
se la girò alla gola, saltò, e attese
penzolando che il buio addormentasse
i suoi calci. Dei quattro marinai,
Donnie piangeva all’alba, e al pomeriggio
rideva, o viceversa, e fosse nato
in epoca diversa, avrebbe avuto
il male suo un nome. Forse fu
l’insolito silenzio, quella sera,
o un presagio di morte, o l’atmosfera
cupa della tempesta all’orizzonte
a spingerlo a balzare tra le onde
dal ponte. Ben e Pedro erano amanti,
ma non soltanto nelle traversate,
quando è concesso a tutti rimpiazzare
con quel che c’è corpi di donne assenti.
Loro si amavano anche nei porti,
e per questo il quarto marinaio
li aveva denunciati al capitano
per sodomia. Si diedero la morte
quella sera, per la vergogna, e Nolan,
colpevole di aver fatto la spia,
si pentì, e poiché era troppo tardi
volle seguirli dritto giù all’Inferno.
In coperta, a scaldarsi dal tramonto
d’inverno, rimaneva solo il mozzo,
Miguel, di undici anni. Avesse atteso,
avesse resistito, non si fosse
arreso alla follia, ironicamente
si sarebbe salvato, quando solo
due giorni dopo, in sella a una corrente
gentile, il veliero si adagiò
pacifico a non più di cento iarde
da un porticciolo delle isole Azzorre.
E i pescatori che, incuriositi,
si avvicinarono, avrebbero urlato
al miracolo, invece di staccarlo
dall’albero maestro a cui s’era impiccato.

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Tenere fermo il mondo con le mani

Ti tengo fermo il mondo con le mani,
mentre decidi
se metterti i tacchi.
E poi tu tieni fermo il mondo a me,
mentre disegno
specchi negli specchi.

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La Zingara, i tappeti, il mercatino

Alla stazione di Cascina Gobba
se ti metti a fumare di fronte all’Autogrill
la Zingara ti dice la fortuna.
“Ci vedo amore e soldi nei tuoi occhi,”
mi sorride, le mancano tre denti.
Io non rispondo, e pesco una moneta
dalla tasca dei jeans. A cento metri,
dorme un pullman che viene dall’Ucraina,
e, accanto, uno diretto in Romania.
Dal mondo oltre Trieste, tappeti e un mercatino
improvvisato di strane focacce
e pani che non so. Qualche anno fa,
un giornalista scrisse qualche cosa
sull’igiene e sul pubblico decoro.
Probabilmente era un ex socialista
che poi si è unito al coro di CL.
Sono davvero belle madre e figlia
che contano due soldi nelle mani
per comprarsi bottiglie d’acqua, forse, o un caffè.
La madre è bionda, mentre la figlia è quasi bruna.
E alla stazione di Cascina Gobba,
davanti all’Autogrill,
costa davvero poco, la fortuna.

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Buon compleanno

11 ottobre 1492 – Cristóbal “Chris“ Colombo pensa: se non arriviamo in fretta da qualche parte questi mi buttano a mare.

11 ottobre 1983 – nasce una cosa che oggi ha due occhi come legno liquido e un corpo che è la mia America.

Buon compleanno, amore mio.

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Fuochi che scompaiono

Fuochi che scompaiono ho in mente ora, nei dieci minuti che mi separano da fradieciminuti, e questo post è a tempo perché è un post per ora, per questo momento qua, e non lascia nel mondo traccia più grande di un sassolino tolto alla ghiaia. Fuochi che scompaiono e il senso di vuoto di chi riempie la vita con religioni di giusto e di sbagliato, di adesso e di dopo, e non sa che l’eternità è aggrappata un paio di occhiaie e lo sfondo di un letto di sonno di sera di morte annunciata attesa o temuta, il comodino di un mazzo di carte o di una confezione di pillole portate da casa che non servono più, e non sa che l’amore è anche che hai fame perché ha fame o sonno perché ha sonno, insomma, castelli che bruciano, e sarebbe banale, oppure: non andare. Un canto di pieno e di vuoto. Una musica triste, una musica forte, una musica afferrati, afferrami, aggrappaci. Che se si prendono te, o me, o qualcuno, finiremo sulle panche di una celebrazione a credere di essere poveri tutti in coro. Lo so che non si capisce, non importa, tra un po’ cancello.

[EDIT: non cancello più]

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Quindici ore di volo dentro di te

A volte, con la schiena alla giornata,
gli occhi alle tue parole, io sto seduto
con un piede sotto al culo
per vincere centimetri al soffitto,
mi appoggio con i gomiti a me stesso
e poi intreccio le dita delle mani,
inclino un po’ la testa verso destra.
Mi muovo per cercare nelle tasche
qualche rima o risposta, altrimenti sto immobile.
Come tra seggiolini stretti e nomi troppo grandi,
come fossi nel mezzo di un volo oltre l’oceano:
quindici ore intercontinentali
di cintura allacciata dentro alle tue parole.
Quindici ore di volo dentro di te.

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Il tuo nome nel piombo

Quando sei morto, in mezzo alle tue cose
hanno ripescato un portasigarette
di piombo, con la data di un Novecento giovane:
ai tuoi diciotto anni, Angelo “Agnul” Boz.
Dicono che mi hai visto, avevo solo un anno,
e poi hai salutato i tuoi cento nipoti
e la tua terra ti ha portato via.
Io di te non conservo che parole
di tuo figlio, il padre di mia madre,
e qualche piccola fotografia
di vera seppia. Mi hanno raccontato
che eri socialista. “Nonno, ma tu votavi
DC?” “Ma Chicco, no, che cosa dici?
Io socialista sempre, socialista
come mio padre.” Mi hanno raccontato
che dopo il servizio militare
– ma dove hai combattuto? Al quindicidiciotto
o prima? – hai portato le tue mani,
le tue tre lingue, alla scrivania
di un ufficio pubblico ai confini del Regno.
Mi hanno raccontato che ti sei rifiutato
di prendere la tessera del Partito Fascista,
fino a quando tuo figlio si ammalò.
Quel giorno ti chiamarono alla scuola
e ti dissero: “Il bimbo ha la broncopolmonite,
lo dovremmo mandare alla colonia, al mare,
ma non ci sono posti liberi, lei capisce,
se prendesse la tessera, e se cambiasse il cognome
da austriaco a italiano, forse un posto
lo troveremmo.” Ecco, questo è quasi
tutto quello che so di te. E oggi
che siedi nel minuscolo salotto di leggende
della mia piccola saga dei Buendía,
io penso che vorrei sapere tutto,
leggere – o scrivere – della tua vita
il libro. Oggi, se qualcuno cerca
il mio nome su Google, può trovare
quasi tutto quel poco che è successo
alla mia pelle di mezzoborghese,
mentre non resta nulla più di te.
La speranza di pure ritrovarti
mi ha abbaondanto, ma oggi ripensavo,
attraversando vetrine di gioielli,
meditando regali, al tuo nome nel piombo
di un portasigarette, che ho trovato due anni fa.

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